“Una bimba di cinque o sei anni, un’immagine sbiadita si ripresenta alla mia memoria, ricordo quella voce, non era spaventosa ma aveva un sapore amarognolo, di quelli che ti fanno acidità nello stomaco e che si ripresentano anche a distanza di anni. Quella voce con quel tono così poco consapevole del danno che avrebbe creato dentro di me disse “La danza non serve e non è per te!”.
Sono passati così venti anni prima che mi avvicinassi timidamente al mondo del movimento e della danza. Dopo ulteriori dieci anni sono riuscita a incontrare autenticamente il mio corpo e ad abitarci. Da allora l’inattesa scoperta di quanto il mio corpo abbia un sacco di cose da dire e di quanto sia un canale preferenziale di lavoro per la mia crescita personale e del privilegiato ruolo che ricopre nel mio lavoro.
Corpo bloccato dalla vergogna. Avevo in mente che il mio corpo fosse sgraziato e maschile e che non avesse nessuna possibilità di poter piacere all’altro, potesse ballare o si potesse esprimere attraverso qualsiasi forma di movimento. Ho così bloccato nel tempo il fluire delle sensazioni, delle emozioni, praticando il non “sentire” in modo così radicato che tutt’oggi nonostante l’intenzione quotidiana e l’attenzione che ogni giorno mi propongo di metterci all’ascolto, spesso inaspettatamente mi accorgo di quanto ancora tenda a desensibilizzare, che non lo tenga in considerazione e che perda il contatto.
La mia sensazione di disagio, si manifesta attraverso spalle rigide ed incurvate, camminate pesanti e gesti sfuggenti, mi ha accompagnato fino a quando non ho incontrato il percorso di terapia che a mano a mano, mi ha permesso di lasciare andare la vergogna del mio corpo, il disagio e potermi riappropriare con lentezza della mia femminilità, tanto da aprirmi al desiderio della maternità..
E’ stato un viaggio di attraversamenti, di svelamenti, di paure di gioie e di dolori che ha ripercorso la mia trama e solo adesso sembra che si intravedano scorci meno condizionati dal passato e più radicati su miei desideri e intenzioni, maggiormente consapevoli. Il mio corpo è stato mezzo ed espressione e l’effetto che maggiormente mi porto nel mondo del percorso trasformativo che ho avviato in questo senso. La danza improvvisata ed il movimento è la cornice a cui mi piace tornare per com-prendere me stessa e parlare con la mia bambina interiore, desiderosa e così divertita da questo piacevole linguaggio analogico della danza”
Di queste storie ce ne sono tante.
Racconti di dolori, di frustrazioni e di solitudini, di bambini non visti da adulti troppo presi dalle proprie giornate o poco sensibili all’infanzia. Capita cosi di crescere con bambini umiliati, ammutoliti e addoloranti rinchiusi dentro di noi, con quelle convinzioni e false credenze e mandati ricevute da adulti e genitori che distrattamente hanno dato i loro pareri, assorti dalle loro vite e inconsapevoli delle impronte talvolta indelebile che stavano lasciando. Per questo la psicoterapia aiuta a dar voce a quel bambino e bambina rimasta cristallizzata dentro di noi. “Dare voce” significa: ascoltare e cosi liberarci da vissuti profondi che per tanto e troppo tempo hanno fatto da sfondo ai nostri desideri. Liberarci da tutto questo permette di vivere una vita vissuta più appieno e maggiormente in contatto con i propri desideri e bisogni e perché un, molti, riscatti del nostr@ bambin@. Il/la tu@ bambino come si sente? Dice quello che vuole e desidera? In che modo parli con il tu@ bambin@ interiore? C’è una lingua artistica che predilige? E’ stato umiliat@ in qualche sua passione? Come te ne prendi cura di lui o lei?
